Perchè modificare un CD player?

Non credo che mi conosciate bene tutti; mi chiamo Alberto Maltese e lavoro sui diffusori acustici da circa venti anni. Ultimamente la qualità del mio lavoro ha fatto un notevole balzo in avanti, grazie alla costante ricerca dell’Ing. Ingoglia nel campo della Conversione D/A e, ovviamente, dell’Amplificazione Audio.

Il mio approccio alla progettazione e alla messa a punto del diffusore acustico è drasticamente mutato dal momento in cui, durante lo sviluppo di un interessante sistema, l’Ing. Ingoglia portò un lettore CD JVC da lui modificato nella sala d’ascolto Aurion per valutarne assieme il livello qualitativo raggiunto.

Furono giornate piuttosto interessanti; riuscimmo letteralmente a “perderci” nell’ascolto di tanta buona musica, rivalutando tutta una serie di ottime incisioni che fino al giorno prima riuscivano solo ad infastidire l’ascoltatore ed io nel frattempo riuscivo a dare gli ultimi ritocchi al sistema, portandolo a un livello tale da considerarlo OK. Ero, allora, del tutto inconsapevole del dramma che stavo per affrontare. Alla fine degli ascolti l’Ing. Ingoglia si caricò il lettore in auto per riportarlo a casa, nel suo impianto di riferimento personale. E io ricollegai i miei tre lettori, che normalmente utilizzavo per i test.

Adesso dovete sapere che, se un miglioramento delle prestazioni di qualsivoglia entità nel nostro impianto a volte ci appare quasi scontato, magari perchè ce lo aspettiamo, viceversa un peggioramento, anche minimo, ci appare piuttosto fastidioso. A questo punto potrete facilmente iniziare ad immaginare il seguito.

Ero al punto di partenza!!! Non avevo concluso nulla: il diffusore che, sino a pochi minuti prima appariva finalmente “a punto”, non era neppure alla virgola! Quella indefinibile sensazione di “fastidio”, di “fatica d’ascolto”, di “timbri artificiosi”… di tutto quello che non è Musica, era di nuovo lì in bella mostra, indipendentemente dal lettore utilizzato! Non era più OK.

O, per meglio dire, il diffusore era sempre OK; erano i miei lettori che avevano reinserito nell’impianto tutti i difetti che da sempre ci impedivano di godere della famosa “perfezione” del digitale. Non era dunque più pensabile agire tarando il diffusore sui difetti acustici dei lettori; occorreva battere un’altra strada per raggiungere i risultati cercati. Fortunatamente l’Ingegnere aveva visto giusto: da sempre infatti egli aveva sostenuto che indipendentemente dal convertitore utilizzato, i lettori CD sono pesantemente caratterizzati, e sempre in negativo, dagli stadi d’uscita e quindi potenzialmente si può riuscire ad ottenere un ottimo risultato praticamente con tutto; intervenimmo allora sui lettori e nuovi orizzonti di ascolto si aprirono nella nostra saletta, ogni cosa ritornò al suo posto e capimmo le reali potenzialità del sistema digitale. Ovvio che, se la macchina di partenza è di quelle “serie”, con componentistica di alto livello e meccaniche di riferimento, il risultato sarà ancora superiore… non a caso, fino ad ora i TOP ASSOLUTI dei lettori modificati sono rappresentati dal SACD Sony SCD-1 (o SCD777 ES) e dal WADIA 850 che, una volta “lavorati”, suonano in un modo che nessuno di voi può neppure immaginare, lontano mille anni dal loro suono originale: qualsiasi altro lettore sembra guasto ed è immediato dimenticare l’impianto per immergersi nella Musica.

A questo punto decidemmo di diffondere al grande pubblico i risultati ottenuti.

Nel lontano numero 68 di CHF presentavamo il fortunato kit del diffusore “Piccolo Mostro” e nelle note d’ascolto a pag. 43 spiegavamo ai lettori di aver utilizzato per questo importante test alcuni lettori CD di varie case, da noi profondamente modificati…

La cosa ha ovviamente destato subito un certo interesse, in misura anche maggiore del kit stesso, e ciò non ci deve affatto sorprendere, in quanto sono davvero tantissime le persone che non riescono ancora a provare realmente piacere durante l’ascolto dei famigerati Compact Disc dopo oltre venti anni dall’introduzione di questo sistema.

Adesso, dopo anni ed anni che ne sentiamo di tutti i colori, cerchiamo di comprendere assieme le vere cause di questo strano fenomeno.

Il sistema Compact Disc dovrebbe (e sottolineo dovrebbe) assicurare un ascolto ottimale, in quanto è stato progettato a tavolino per superare, e di molto, i numerosi limiti tecnici della riproduzione analogica, limiti in effetti abbastanza fastidiosi e ben noti da tempo a tutti, come ad esempio rumori di fondo di vario genere (continui ed impulsivi, lineari e modulati), forti distorsioni di tracciamento, per giunta variabili a seconda della posizione relativa del solco, della geometria del braccio, della taratura dell’insieme e dell’interfaccia col tipo di puntina; distorsioni causate da livelli di segnale eccessivi, mitigate da esagerate ed a volte decisamente ingiustificate compressioni dinamiche del segnale, sfasamenti enormi agli estremi gamma, scarsa linearità agli alti livelli d’incisione; pessima costanza di prestazioni nel tempo, inevitabile usura dei supporti, fenomeni di intermodulazione, tagli netti imposti alle frequenze basse per evitare salti dello stilo, gamma altissima soggetta a problemi di allineamento delle testine nei nastri e all’interfaccia testina-pre nei dischi, etc. etc.

Tutti questi problemi erano stati, almeno teoricamente, rimossi con un colpo di spugna dal nuovo sistema che, però, non è stranamente mai riuscito nell’intento di sostituire del tutto l’analogico, in particolare nei sistemi esoterici top-quality che ne hanno, invece, evidenziato i lati peggiori.

E in effetti, a dispetto di una tecnologia di memorizzazione, trasferimento, salvaguardia e lettura dei dati dal master a casa nostra piuttosto avanzata, all’inizio i primi dischetti argentati facevano davvero… schifo.

Un suono piatto, freddo, aspro e pungente, dannatamente spinto in avanti e senza alcun suono ambientale era il biglietto da visita del nuovo sistema, caratteristica spesso legata alla tecnica di mastering post-analogico, talvolta volutamente esasperata da presunti tecnici del suono per “impressionare” con bordate di trapananti acuti l’acquirente meno preparato; ma spesso anche una sezione bassa e medio bassa degna di questo nome era assente ingiustificata, nonostante il CD non presentasse alcun limite tecnico di riproduzione alle frequenze inferiori (anzi, in teoria potrebbe riprodurre alla perfezione anche la continua, se non la si bloccasse tramite un condensatore d’accoppiamento)!

Questa incredibile tragedia sonora iniziale gelò per sempre il cuore degli audiofili più intransigenti che depennarono il formato CD dall’elenco delle “macchine” che suonano bene.

Il passare del tempo pose comunque parziale rimedio a quasi tutti i problemi citati e, dopo tali incerti inizi arrivarono sul mercato un certo numero di dischetti davvero molto ben realizzati.

La timbrica divenne sempre più equilibrata, iniziarono ad apparire le basse (e le bassissime) frequenze e la dinamica, magari accompagnate dalle pietose avvertenze apposte sui primissimi CD Telarc e Bis sui “pericoli” delle cannonate e dell’alta dinamica per l’incolumità dell’impianto; le frequenze medioalte si addolcirono, diventando molto più naturali grazie a migliori tecniche di ripresa, e la disgraziata multimicrofonia restò appannaggio quasi esclusivo delle etichette più commerciali e della musica pop-rock, dove non infastidisce più di tanto l’ascoltatore ed in alcuni casi è addirittura indispensabile strumento per ottenere il mix sonoro desiderato.

Del resto è evidente anche tuttoggi una crescita lenta e costante della qualità delle incisioni, segno che il progresso è andato davvero avanti: se confrontiamo un CD pop inciso tra il 1983 e il 1990 con uno attuale la differenza è a dir poco incredibile; con la classica ed il jazz il salto qualitativo è addirittura abissale.

In molti, tuttavia, trovano tuttora il risultato ottenuto dal sistema inventato dall’asse Philips-Sony complessivamente non soddisfacente in quanto a musicalità pura e rimangono, quindi, ben fedeli al loro “vecchio” sistema giradischi, sopportandone pazientemente la delicatezza e la scomodità, oltre a tutti i problemi sopra accennati.

Questo fenomeno persiste, nonostante ogni due o tre anni circa salti fuori il geniaccio di turno che propone la “panacea” saltatagli in mente la notte prima, come ad esempio l’aggiunta di uno stadio a valvole IN SERIE all’uscita, chiamato a fare quello che è meno adatto a fare, ovvero il buffer, e artefice di inaccettabili colorazioni, o lo zero oversampling, becera pratica in grado di mortificare fortemente la dinamica del lettore, e considerata un miglioramento perché magari in questo modo non si mette più in crisi un impianto non proprio equilibrato…

Anche la tecnica di sostituire gli operazionali originali dello stadio di uscita con altri di prestazioni dinamiche superiori porta solo a dei risultati parziali, poiché in questo modo i limiti intrinseci di tale stadio, vero collo di bottiglia di qualsivoglia lettore, non vengono superati, ma solo attenuati: infatti anche il miglior operazionale integrato non potrà mai suonare in maniera paragonabile a un buon stadio a discreti, progettato con criterio.

La risposta dunque è stata trovata: non esiste un lettore realmente capace di soddisfare l’audiofilo dal palato sensibile a causa della tipica realizzazione dello stadio di uscita con operazionali integrati, in grado di rendere la riproduzione ben poco naturale.

Del resto se ci si riflette bene ci si accorge di una cosa da sempre sotto gli occhi, e per questo invisibile: nei sistemi top analogici l’interfaccia testina-amplificatore, ovvero lo stadio phono, è SEMPRE un raffinato circuito realizzato a discreti quando non a tubi, e quindi sul percorso del segnale semplicemente NON ESISTONO operazionali. E’ questa, senza ombra di dubbio, la ragione della accertata maggiore qualità sonora di questo supporto.

Il problema dunque non è legato al sistema CD in sé, ma alla realizzazione degli stadi analogici delle macchine che dovrebbero riprodurre a casa nostra il suono “perfetto” dei dischetti in questione…

Ogni anno decine di articoli apparsi su ogni rivista pubblicata hanno insistito sulla mega balla che tutti i limiti del CD erano dovuti alla bassa frequenza di campionamento e alla “scarsa” risoluzione del formato a 16 bit; in realtà tali problemi hanno un peso relativo rispetto a quello dello stadio di uscita, da sempre “cenerentola” tecnologica a qualsiasi livello di prezzo (ma sì, basta che suona…). Tuttavia tutte queste discutibili informazioni furono stampate e quindi negli anni assimilate dall’audiofilo medio, che si pose in paziente attesa di qualcosa di meglio. Provate a dire che non è vero! Tutti ad aspettare i nuovi formati come la soluzione a tutti problemi, ma ancora oggi tale soluzione appare lontana…

L’alta risoluzione offerta da DVD Audio e Super Audio CD ha infatti di recente confermato al 100% che non è affatto un problema di limite superiore in frequenza o di scarsità di bit di campionamento, come i super tecnici hanno SEMPRE tentato di darci a bere: nonostante gli indubbi incrementi qualitativi, questi nuovi arrivati non hanno risolto niente, e spesso suonano anche peggio di un buon lettore CD, in quanto l’indubbio maggior contenuto armonico riesce a mettere ancora più in crisi gli stadi d’uscita, progettati oggi come praticamente 20 anni fa, con l’aggravante che sono pure colmi di componentistica SMD, vera spazzatura usata per comodità produttiva ma spacciata per la quintessenza in nome di una ipotetica diminuzione del percorso del segnale.

Fermo restando quindi che una buona meccanica o un sublime stadio D/A servono ad avvicinarsi meglio al risultato che tutti cerchiamo, quello che si vuole comunicare è che praticamente sempre il vero limite viene del tutto trascurato, in nome di parametri di peso relativo: Il problema principe dei lettori CD, ripetiamo, è lo stadio di uscita, realizzato tipicamente con uno o più integrati operazionali in serie al segnale; questo anche in macchine “esoteriche” multimilionarie, puntualmente presentate come riferimento assoluto da certa (BEN PAGATA) critica; macchine per le quali è stato fatto davvero un enorme lavoro di studio per ottimizzare i circuiti digitali di conversione del segnale e le straordinarie meccaniche di lettura, ma assolutamente nulla di tutto ciò per interfacciare degnamente i circuiti digitali stessi al mondo esterno: tutto quello che questi “grandiosi” progettisti hanno saputo fare è stato copiare per filo e per segno gli stadi di uscita consigliati sui data sheet forniti dai costruttori dei convertitori usati!

Purtroppo i circuiti integrati operazionali sono, SENZA TEMA DI SMENTITA, le cose peggiori che si possano trovare per uso audio sull’intero pianeta.

Perchè, direte voi, un circuito operazionale dovrebbe suonare così male? Quali sono i motivi?

La risposta è semplice: un integrato operazionale non è altro che un circuito amplificatore di tipo “universale”, quindi non è specializzato in nulla, ma è adattabile a molteplici usi, praticamente a tutti, dal mixer per dee-jay al preampli esoterico (anche costosissimo, sic!), e a fronte di prestazioni tecniche fin troppo mirabolanti esibisce un suono mediocre, causato dall’eccessiva complessità circuitale. Punto.

Ma se i circuiti integrati fanno questi danni al segnale, allora perchè li usano tutti? Ok, signori, diciamo finalmente le cose come stanno, gli IC sono dei dispositivi che costano poco o nulla ed occupano pochissimo spazio, non impegnano i progettisti per i motivi di cui sopra, i quali potranno quindi orientare tutti i loro sforzi in direzione dell’estetica e del telaio, veri motori delle vendite! E poi del resto se tutti i marchi (ma proprio tutti…) fanno uso di operazionali, chi potrà mai accorgersi che suonano male? E’ colpa del sistema obsoleto, mica loro! In questo modo si inducono gli acquirenti a cambiare in continuazione lettore, in un anelito di perfezione irraggiungibile perché minato alla base da un difetto comune e mai eliminato.

Anche i rari tentativi di stadi di uscita a discreti non sono riusciti a spingersi oltre architetture da operazionale, e del resto tali circuiti dovevano pur adattarsi alle configurazioni (a operazionali) proposte nei data sheet!

Ma quali sono le caratteristiche sonore degli operazionali? Descriverne il suono in poche parole e difficile: essi infatti suonano grossi, non grandi, come dovrebbe essere la musica e l’evento musicale nella sua interezza. Suonano piatti e spalmati sul fronte stereofonico, esattamente come un poster, quando invece dovrebbero regalarci un’illusione di profondità, liberandoci dalle anguste dimensioni del nostro locale d’ascolto. Suonano in primo piano le sole fondamentali e ignorano buona parte del complesso contenuto armonico delle incisioni. Suonano di una dinamica falsa, un piano e un forte che ignorano tutte le infinite sfumature tra questi valori. E suonano grossolane, gonfie, confuse, e spesso inspiegabilmente stridenti quando invece i suoni degli strumenti si dovrebbero librare ed espandere delicatamente nell’aria. Dovendo proprio descrivere tale suono con una parola possiamo forse solo dire che suonano innaturali.

Tuttavia questi sono difetti di ordine superiore, ben diversi dai difetti sonori che conosce l’audiofilo medio, come rumori e distorsioni gracchianti, e a molti di loro può occorrere un pò di tempo e diversi test di ascolto per fare proprio e “capire” intimamente il significato di un nuovo modo di ascoltare musica, dove tutto è permeato da una naturalezza così disarmante da lasciare interdetti. Una volta comprese però le differenze diventano eclatanti e riconoscibilissime… e non si può più tornare indietro, perchè si ha altrimenti la sensazione di un netto peggioramento. Ascoltare per credere.

Alberto Maltese

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